• ROCKSTAR - Corrado Minervini

    19 apr 2008, 00:23

    MUZAK, MAESTRI
    I Muzak riescono, col loro disco d'esordio, a dare forma ai loro sogni attraverso la ricchezza di suoni di un prog onirico. Nella prima metà del disco i ragazzi realizzano piccoli oggetti preziosi, come la minuscola architettura folkadelica di "Cathedrals In The Desert" e soprattutto "The Trojan Horse...", pezzo di bravura della band in chiave jazz rock. I Muzak hanno l'abilità di manipolare ritmi e melodie con la maestria delle prog band e una voglia di sperimentare tipicamente indie applicata anche ai suoni della tradizione, con le fisarmoniche che affondano nel magma elettronico di "Oxygen". Nella seconda metà prevalgono atmosfere più rilassate, ma l'incubo è sempre in agguato, come nel coro celestiale di "If Me You Fly" devastato prima dai fantasmi di una chitarra distorta e poi dall'irruzione di una banda di paese. (3/5)
  • DIRADIO.IT - Luciano Marcolin

    12 apr 2008, 11:07

    Di solito dal Salento arrivano ritmi in levare con il cuore in Giamaica.
    Muzak invece è una band di ragazzini che fa proprio, con candida originalità, il linguaggio di quel post rock liquido, ai confini con certa new wave d’annata. É una bella sorpresa, perché il disco risulta molto piacevole e ben composto. Strumentazione in parte atipica (trombone, violoncello) a creare un prodotto spartano ma riuscito perfettamente, con un suono che tradisce amore per la musica ed assenza di prosopopea (difetto comune, assieme all’effetto carta carbone, per la stragrande maggioranza degli innumerevoli esordienti) nonché una modestia di fondo che contribuisce a renderceli simpatici. Ottimo il lavoro di Fabio Magistrali (A Short Apnea) alla produzione. Da evidenziare la collaborazione di Paul De Jong, di quei Books autori di alcuni tra i migliori dischi degli ultimi anni. Promettono molto.
  • (www.rockit.it) - Manfredi Lamartina

    12 apr 2008, 11:02

    Quello dei pugliesi Muzak è un disco per certi versi sorprendente. Che ti prende in contropiede quando meno te lo aspetti. Che cambia direzione ad ogni fermata. Che nasce post rock ("The Holy Graal Is Buried Under The Footbal Ground"), prosegue folk ("In Case Of Loss") e sfiora – per atmosfere ed emotività – l'idm di Aphex Twin ("First Time: Only Supernant").
    La cosa stupefacente è che questi sbalzi d'umore selvaggi mantengono comunque una propria progettualità di fondo. Non si tratta, quindi, di uno sfoggio tecnico fine a se stesso. Perché è vero, la carne al fuoco è tanta, ma è sempre cotta al punto giusto. Nessuno spazio a dilettanti allo sbaraglio, solo un collettivo che rifiuta con i fatti ogni rigida catalogazione in generi e definizioni. A differenza di molte altre band che arricciano il pelo e soffiano veleno quando qualcuno certifica la loro innegabile staticità artistica con il termine corrispondente.
    E allora non c'è niente di meglio che lasciarsi andare alla sarabanda di suoni e sensazioni di "In Case Of Loss, Please Return To:". Con le contorsioni di "The Trojan Horse Is Buried Under The Football Ground" (un'introduzione d'ambiente che si tramuta in lisergica psichedelia a metà strada tra Jefferson Airplane e My Latest Novel). Con l'elettronica radioheadiana "Oxygen, Opiates And Other Pale Ideas", che non sfigurerebbe tra le tracce di "Amnesiac". Con il post rock mogwaiano di "First Time: Only Supernaut (Coda)". Praticamente, in tredici tappe i Muzak hanno condensato tutto il meglio della musica moderna. Con il prezioso aiuto di Fabio Magistrali in produzione e di Paul de Jong (The Books) e Majirelle in un paio di pezzi.
    E poi vengono in mente le solite pecorelle belanti che infestano la scena indie italiana e ne infettano così la caratura, le ambizioni, i risultati. Vero sport nazionale, la lamentela aprioristica. Che sbuffa indifferenza tricolore e che sospira sogni a stelle e strisce. Che sputa merda appena guarda la carda d'identità di un gruppo e che invece mangia shit con gusto e voracità. E giù a dire che non ce la faremo mai, che mancano le band, che manca la musica.
    La risposta a tutto questo è Muzak. Un gruppo che ha caratura, ambizioni, risultati. Un gruppo nazionale dalle prospettive internazionali. Un gruppo che cavalca la sfida e ne esalta gli aspetti adrenalinici. Un gruppo su cui puntare al 100%.
  • (www.movimenti prog.net) - Donato Zoppo

    12 apr 2008, 10:50

    Certo che dischi come questo hanno una potenza tale da spazzare via intere discografie costruite su tre accordi, sul continuo imitare chicchessia, sullo scarso rispetto per l'ascoltatore. Un pezzo tempestoso come "The holy Graal", "Cathedral in the desert" e "Keny", contengono idee da far arrossire molti spavaldi alfieri del new prog romantico. Eppure di progressive - canonicamente inteso, sia chiaro - qui c'è ben poco. Se però guardiamo allo "spirito" che anima i giovanissimi Muzak, allora sono stati realmente capaci di far progredire la propria musica.

    A partire da una definizione e da un'etichetta che non ci sono, visto che post, indie e art rock sono terminologie tirate per i capelli, sebbene i riferimenti ai Gybe, a certo chamber-rock, alla psichedelia d'autore vagamente Velvet non manchino, così come i richiami al e a . I ragazzi provengono dal Salento ma di pizziche e tarante nessuna traccia, solo una radice bandistica (vedi "If you me fly"). L'unico elemento sul quale riflettere è questo travolgente impasto elettro-acustico, una ragnatela in cui tromboni e violini vanno in compagnia di chitarre elettriche e sintetizzatori, tutto bene amalgamato dal saggio lavoro di Fabio Magistrali, ormai uno dei produttori italiani più affermati.

    Un disco trascinante, capace di alternare non solo elettrico ed acustico, tradizionale e sperimentale, ma anche diverse atmosfere e climi, dal piano al forte, dal malinconico al festoso, dal floydiano al graffiante. Una band davvero espressiva, persino nell'originale grafica del disco, concepito come opera d'arte, secondo la migliore tradizione prog. E c'è la melodia, che non diventa ritornello a presa rapida ma frammento accattivante, flash che conquista e sparisce. Ascoltate la canterburyana "The black holes", ricca di fiati, sfumature e nuances. C'è l'apertura ariosa e il tenebroso cunicolo dark, spunta fuori una fanfara o una fluttuante distensione psichedelica ("First time"), una ballata campestre ("In case of loss"), spunti elettronici e fisarmoniche ("Oxygen"), crescendo ("Keny").

    Poche parole, tanta buona musica, giovane età ma grande maturità, una piccola orchestra rock autrice di un disco davvero eccellente. Non ignoratelo.
  • (www.artistsandbands.org) - Salvatore Siragusa

    12 apr 2008, 10:47

    [...] Un disco quasi completamente strumentale, un disco ricco di emozioni, di sensazioni, di paesaggi dai molti colori, affascinante e maturo, intrigante e accogliente, curioso e sognante, un disco che dimostra grande maturità compositiva nella giovane band pugliese, un album atipico, non di facile approccio ma estremamente emozionale ed emozionante. Il caso è chiuso, solo un piccolo dubbio resta .. ma potranno veramente i buchi neri aiutarci a capire la nostra prossima microscopica vita ? attenderò con impazienza il prossimo lavoro dei Muzak per sapere la risposta, forse non ci riusciranno i buchi neri ma i ragazzi pugliesi e le loro emozioni in musica sicuramente possono aiutarci.
  • (www.sentireascoltare.com) - Stefano Pifferi

    12 apr 2008, 10:46

    Punto primo: i Muzak con la musica per ascensori non c’entrano nulla. Nel loro In Case Of Loss… non c’è traccia alcuna d’intrattenimento massificato, all’opposto emozioni e stati d’animo che con le location moderne hanno poco a che fare. Punto secondo: si può essere giovani, fuori dai grossi giri musicali ed esordire con un disco caleidoscopico per influenze e obiettivi. Età media intorno ai 21 anni, provenienza geografica piuttosto atipica (l’estrema punta del tacco d’Italia), i Muzak stupiscono per maturità.
    Immaginate una versione italiana dei GY!BE: sfumature, rarefazioni, dilatazioni, visionarietà. Il tutto espresso in 70 minuti suonati come il genere comanda e soprattutto di rara sensibilità. Cuore e polmoni che permettono al quartetto pugliese di sconfinare oltre il puro citazionismo per abbracciare infatuazioni differenti come reminiscenze floydiane (la sinfonia per suonerie di cellulari di In Case Of Dream Without Numbers), cavalcate con echi Doors (il rincorrersi di sezione ritmica e tastiere nel finale di The Trojan Horse…), fiati à la La Crus (The Black Holes...); una torre di babele fatta musica cesellata minuziosamente su un onnipresente ed eclettico substrato canterburyano. Il finale non potrebbe, poi, essere migliore con la corale If Me You Fly I Am Your Wings, un disegno di folkadelia instabile ed emozionale, frutto di una padronanza totale delle sensazioni da riversare su un pentagramma.
    A contorno dell’operazione troviamo Magistrali alla produzione, Paul de Jong dei Books e Majirelle; se il primo impreziosisce col violoncello l’iniziale The Holy Graal…, la giovane chanteuse italiana presta la sua voce in Sad Hydrogen And Small Hard Tack Fish accompagnando l’ascoltatore verso il mondo dei sogni, prima di essere soffocata dallo spegnersi delle trasmissioni radio. Sublimi. (7.5/10)
  • PROG Hi-Fi (www.proghifi.it) - Fabrizio Catalano

    12 apr 2008, 10:44

    Disco d'esordio per questa band pugliese che lascia di stucco. Molto probabilmente un disco che non diventerà famoso o che non avrà tanto successo ma che si pone, già da adesso, come una pietra miliare del Prog dell'ultimo decennio. Si può identificare il sound dei Muzak? Psichedelia, , influenze ed elettroniche?
    Tutto questo e molto di più. La classe dei musicisti e la loro preparazione (soprattutto dal punto di vista compositivo) è davvero invidiabile. Gli arrangiamenti sono curati in modo certosino e le atmosfere emanano un pathos difficilmente descrivibile. I Muzak, da questo momento, possono essere considerati la prog band italiana dal potenziale più esplosivo che si sia mai visto negli ultimi anni. Possono davvero dettare legge.
    Per adesso accontentiamoci di questo disco che può essere definito in un solo modo: CAPOLAVORO!
    The holy Graal is buried under the football ground
    Dopo un rilassante e, al tempo stesso, emozionante inizio strumentale caratterizzato dalla forte presenza di archi, la mini suite inizia lentamente ma inesorabilmente a crescere ritmicamente e gli stessi arrangiamenti diventano sempre più legati tra di loro fino alla perfetta riproduzione di un affresco musicale davvero di livello eccelso. Il pianoforte sembra guidare per mano la melodia ipnotica e suadente che i Muzak sono riusciti a comporre. Nella seconda parte del pezzo, la crescita sinfonica è davvero sorprendente come qualità e livello tecnico. La parte finale (tutta la composizione è sostanzialmente strumentale) è una progressiva e liricissima corsa dove il piano recita un ruolo asettico, fatto di contrappunti e ricami, ma proprio per questo ancor più ricco di pathos e di emotività. Fulgido esempio di classe cristallina.
    In Case Of Loss
    Breve ballata acustica che ricorda alcuni vecchi brani dei Pink Floyd. L'entrata del synth dona una meravigliosa sensazione di "pieno" sonoro difficilmente riscontrabile nella maggior parte delle produzioni odierne. La melodia culla fin da subito l'ascoltatore che, come un neonato, si abbandona nelle braccia di questa composizione che non si vorrebbe che mai terminasse...
    FIRST TIME : ONLY SUPERNAUT
    Qui le sensazioni emotive assumono un carattere decisamente "spaziale". Il suono sembra scappare verso direzioni non ben definite. Le accellerazioni elettriche contrastano l'andamento quasi monotono della melodia principale. Tutto questo senza dare mai l'impressione di noia o stanchezza a chi ascolta.
    Cathedrals In The Desert
    Tra glockenspiel e riferimenti vocali che si rivolgono in modo intimo all'ascoltatore, il brano è un breve intermezzo acustico dove alcune tendenze stilistiche possono essere attribuite a R. Waters (vocalmente parlando).
    The Trojan Horse Is Buried Under The Football Ground
    Atmosfere ipnotiche e sognanti caratterizzano questa composizione con riferimenti psichedelici di gran classe. Il crescendo seguente è qualcosa di spettacolare, di magico, dominato da cori, da improvvisazioni jazzistiche e da un lavoro di batteria molto raffinato. Altra dimostrazione di classe immensa.
    Oxygen, opiates and other pale ideas
    Dei sampler un po' più elettronici che s'intersecano su sonorità elettriche ed anche acustiche, creando un perfetto piano sonoro dove la chitarra gioca un ruolo di primo piano, sia a livello melodico che di arrangiamento. Ancora una volta una prova maiuscola per un disco che non ha nessun tentennamento o cedimento.
    FIRST TIME : ONLY SUPERNAUT(CODA)
    Armonica struttura per questo breve intermezzo che risulta essere una sorta di piccolo "sunto" sonoro della band. Avvolgenti atmosfere per un finale "disturbato"...
    TELEMACHUS IS WALKING ON THE ARVASI'
    L'andamento lento della composizione sembra quasi voler addormentare l'ascoltatore che invece improvvisamente è svegliato da una ondata di note e frequenze di tale ampiezza e respiro da lasciare quasi di stucco. La parte finale è di un romanticismo elegante e mai banale che termina con una accelerazione ritmica sostenuta da un piano melodico come non mai. Da manuale.
    KENY.LANISGOO
    Anche qui il suono è un elemento portante della stessa struttura musicale. Gli arrangiamenti e gli incastri sono magistrali, gli stacchi e i cambiamenti di tempo sono elegantemente fusi tra loro senza dare la spiacevole sensazione di slegato o di mancanza di idee. Ottima la parte ritmica ma sono gli arrangiamenti (davvero allo stato dell'arte) ad impressionare maggiormente. La parte finale è davvero da impatto: da ascoltare e riascoltare!
    In Case Of Dream Without Numbers
    Splendido pezzo acustico dal sapore nostalgico e dal profumo pinkfloydiano. Ogni nota è al posto giusto (anche le suonerie dei cellulari e dei telefoni). Creatività allo stato puro...
    The Black Holes Help Us To Understand Our Next Microscopical Life
    Davvero magnifici gli intrecci tra tastiere e ottoni che richiamano, in qualche modo, lo stile canterburyano. L'intera composizione è perfetta, sia a livello musicale sia a livello sonoro. La ricercatezza sonora che esprime la band denota una preparazione musicale fuori dal comune. Nulla da eccepire, tutto è magistralmente ordinato e logicamente costruito.
    If Me You Fly I Am Your Wings
    Meraviglioso pezzo dominato dalla ottima performance del coro del maestro Filippo. Una sorta di immersione psichedelica dove il tempo e lo spazio si annullano a vicenda dando origine ad una sorta di dimensione musicale non facilmente identificabile.
    Sad Hydrogen And Small Hard Tack Fish
    Dopo vari effetti che riproducono alcuni brevissimi spezzoni di brani musicali e spezzoni di tramissioni (non meglio identificabili) e che continuano, in sottofondo, a far sentire la propria presenza, la vocalist Majirelle prende il comando ma da lì a poco la radio o la tv (?) si spegne e tutto finisce.
  • ROCKSTAR - Corrado Minervini

    12 apr 2008, 10:42

    Muzak, MAESTRI
    I Muzak riescono, col loro disco d'esordio, a dare forma ai loro sogni attraverso la ricchezza di suoni di un prog onirico. Nella prima metà del disco i ragazzi realizzano piccoli oggetti preziosi, come la minuscola architettura folkadelica di "Cathedrals In The Desert" e soprattutto "The Trojan Horse...", pezzo di bravura della band in chiave jazz rock. I Muzak hanno l'abilità di manipolare ritmi e melodie con la maestria delle prog band e una voglia di sperimentare tipicamente indie applicata anche ai suoni della tradizione, con le fisarmoniche che affondano nel magma elettronico di "Oxygen". Nella seconda metà prevalgono atmosfere più rilassate, ma l'incubo è sempre in agguato, come nel coro celestiale di "If Me You Fly" devastato prima dai fantasmi di una chitarra distorta e poi dall'irruzione di una banda di paese. (3/5)
  • ROCKERILLA - Enrico Ramunni

    12 apr 2008, 10:41

    Una confezione sfiziosa che evoca il quaderno delle elementari, per avvolgere una musica già adulta, che arriva come una ventata di aria fresca dall´estremo oriente della penisola: i Muzak sono un giovanissimo gruppo del Capo di Leuca, artefice di un suono melanconico e brumoso ma con cambi repentini di temperie ritmica e armonica, citando esperienze post-rock, alt.country o toy music senza rinchiudersi in nessuna di esse. In case of loss.... È diviso in due parti, peraltro senza nette cesure; idee un po' frammentate ma dalla purezza cristallina si lasciano cullare dal timbro sommesso di un organetto diatonico, di un trombone ammaliante à la Nick Evans o di una liquida chitarra jazz, confrontandosi con l´invadenza di cellulari
    indiscreti e di sfibranti ritmi elettronici. (7/10)
    Muzak
  • RUMORE - Andrea Pomini

    12 apr 2008, 10:38

    Mirano in alto i Muzak, e dimostrano di poterlo fare. Vengono dallo stesso Salento di Studiodavoli, Tuma e Thousands Millions, sono l'ennesima dimostrazione della vitalità di quella scena e non hanno paura di esordire con un disco lungo e ambizioso, aperto da undici minuti si space-rock epico alla Godspeed intitolati addirittura The Holy Graal Is Buried Under the Football Ground (con Paul De Jong dei Books al violoncello). Tolto il pensiero poi, i nostri danno forma ad un suono delicato e sognante fatto di elementi folk, ambient, jazz-rock e prog con una sicurezza ed una maturità a tratti disarmanti. Ma senza mai smettere di sembrare un gruppo di poco più che ventenni innamorati della musica e vogliosi di osare, sopra le righe solo nella titolazione chilometrica dei tredici brani. Ma a gioielli come la struggente marcia funebre If Me You Fly I Am Your Wings e la ballata per piano e telefoni cellulari In Case Of Dream Without Numbers, qualunque cosa vogliano dire i titoli, si può perdonare tutto. (8/10)