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  • B, E, U, V, Y

    12 mar 2010, 03:37

    Come le lettere che ho scritto io in questo: http://www.ondarock.it/speciali/abc_decenniozero.htm
  • The Magnetic Fields - Realism (Nonesuch, 2010)

    12 mar 2010, 03:16

    Il gemello di distorsione nasce esattamente due anni dopo, e si chiama realismo. Sono due gemelli biovulari: Stephin Merritt, noto anche come il sig. Magnetic Fields, li voleva chiamare "Vero" e "Falso", ma non riusciva a decidere quale disco battezzare come vero e quale battezzare come falso. Perché per lui, tutta la musica è insincera, e "Realism" è il suo modo di provare che l'autenticità è un falso mito persino in un genere profondamente autobiografico e non-commerciale come il folk. Citandolo: "il folk è più una categoria di marketing che un genere musicale".

    Sentendo l'album, il messaggio è chiarissimo: il folk è solo l'ennesimo vestitino che l'eclettica produzione di Merritt fa indossare alle sue nuove canzoni, che appartengono come sempre al repertorio inconfondibile dei Magnetic Fields: brevi voli pindarici nel pop, tra sentimento e sarcasmo, piccole metafore della vita, pillole amare che da piccoli ci porgevano in un cucchiaio di miele. Chi ha sentito il precendente disco sa già a cosa mi riferisco. I pezzi di "Realism" e di "Distortion" sono quasi intercambiabili: "You Must Be Out Of Your Mind" è la gemella di "California Girls", così come "I Don't Know What To Say" è "Old Fools" suonata con mandolini e spinette.

    "Realism", per la sua produzione "formalmente folk", piacerà molto ai fan dei primi Magnetic Fields, quelli del commovente e ante-litteram lo-fi pop di "Holiday" e soprattutto di "Distant Plastic Trees"(un pezzo come "Better Things" sembra uscito direttamente dal 1993, e per stessa confessione dell'autore "The Dada Polka" era nel cassetto da anni e anni), sebbene più di un pezzo risenta pesantemente dei recenti lavori di Merritt nel teatro off-Broadway e nell'operetta ("Seduced And Abandoned", "The Doll's Tea Party").

    Interessanti gli arrangiamenti e la produzione, fatti di strumenti sconosciuti persino ai musicisti (tra cui tabla prese in prestito da Devendra Banhart!) e registrati apposta nel bagno ("From A Sinking Boat") per ottenere un effetto-eco quasi artificiale che è percettibile nelle parti vocali di molti pezzi. I Magnetic Fields, del resto, sono un ensemble stra-affiatato: eccezionali come sempre le seconde voci Shirley Simms e Claudia Gonson, ed è bello veder ritornare alla fisarmonica lo scrittore Daniel Handler/Lemony Snicket.

    Sentire un finto-folk "bianco" come quello di "Realism" riporta alla mente le voci passate sul cosiddetto "razzismo di Merritt" (sterile polemica nata da una dichiarazione in cui "confessava" di non essere fan della musica nera, ndr). La musica dei Magnetic Fields è in effetti praticamente priva di elementi neri, ma non si può che essere d'accordo con Merritt quando dice che "il razzismo definisce l'intera categoria del folk" (si pensi al folk americano dei bianchi che cantano con accento del sud, al folk-blues dei neri che cantano con accento del sud, al folk come musica tradizionale inglese e al folk del resto del mondo che non si sa perché viene chiamato "world").
    "Realism" cerca coraggiosamente di superare queste distinzioni, ma ci riesce solo a metà. L'influenza dichiarata di "Wildflowers" di Judy Collins (capolavoro, ndr), un disco estremamente vario e oltre la classificazione "di genere", è percettibile solo nei cambiamenti di ritmo (onnipresenti peraltro in tutta la produzione Magnetic Fields), dato che né riesce a uscire dal riconoscibilissimo stile di songwriting dei Magnetic Fields, né riesce a raggiungere l'universalità delle canzoni di Leonard Cohen, né ha a disposizione una voce come quella di Judy Collins.

    Accontentarsi degli adorabili "bzzzz"di "We Are Having A Hootenanny" è molto facile, come lo è lasciarsi trasportare da un disco insieme profondo e leggero (nonché musicalmente perfetto) come "Realism", ma i Magnetic Fields sono fatti per "Better Things", il gioiellino del disco: "And I have heard/ the singing of real birds/ Not those absurd birds/ That simply everybody's heard/ Real birds". Il potere di due accordi di ukulele fa sempre paura.

    (01/02/2010)

    Pubblicato per Ondarock: http://www.ondarock.it/recensioni/2010_magneticfields.htm
  • Stephin Merritt & The Magnetic Fields - maybe the only Italian complete source

    12 mar 2010, 03:13

    Avviso al lettore: questa monografia non è strutturata in ordine cronologico bensì in ordine alfabetico, e mira a offrire una panoramica dell'opera ventennale di Stephin Merritt, una delle migliori menti del pop americano contemporaneo.

    A come "Absolutely Cuckoo"

    "Absolutely Cuckoo" è una canzone dei Magnetic Fields il cui titolo vuol dire "completamente pazzo". Stephin Merritt è un uomo tanto colto e geniale quanto complicato e difficile. Un compositore che scrive le canzoni in sordidi bar gay con disco music di bassa lega in sottofondo, al punto che alcune canzoni vengono cestinate per essere palesemente influenzate da quel certo pezzo passato dal jukebox, non è a posto. Un musicista che soffre di iperacusia tanto da doversi tappare le orecchie se il pubblico applaude, e che se potesse non si esibrirebbe mai dal vivo, non è a posto. La storia del ragazzino introverso e solitario cresciuto da una madre hippie in una comune giustifica solo fino a un certo punto la sua mania di vestire monocolore, di anteporre a qualsiasi risposta lunghi e imbarazzanti silenzi e di rispondere a monosillabi ai giornalisti che gli fanno domande stupide. Eppure questo brutto anatroccolo invecchiato male è probabilmente l'autore pop più geniale degli ultimi vent'anni. Un uomo che, senza mai aver parlato di sé stesso, è riuscito e riesce ancora a emozionare chiunque si accosti alla sua musica.

    B come "Born On Train"

    Merritt bambino viene trascinato in 33 case diverse in 23 anni. Lungi dall'essere autobiografica, una canzone come "Born On Train" è però l'inno ufficiale allo sradicamento sentimentale: "And I've been making promises I know I'll never keep/ One of these days I'm gonna leave you in your sleep/ I'll have to go when the whistle blows, the whistle knows my name/ Baby, I was born on a train".
    The Charm of the Highway Strip, l'album che contiene questo singolo ormai culto negli ambienti indie (celebre la cover degli Arcade Fire) esce nel 1994 ed è il disco con cui i Magnetic Fields, il gruppo principale di Merritt, escono dall'ombra e si affacciano in un panaroma musicale che, sebbene ancora genuinamente "indie" e sconosciuto al grande pubblico, sta esplodendo.
    L'album è assolutamente fuori dal tempo ed è totalmente anomalo rispetto a tutte le tendenze dell'epoca. Merritt recupera il folk bianco americano e ne distrugge gli stilemi a colpi di sintetizzatore (emblematica "Two Characters In Search Of A Country Song"): è pop sperimentale, synth-folk romantico, volutamente lo-fi. Il tema del disco è la solitudine del viaggio e il dramma dell'abbandono, un leit-motiv del folk e del country che qui è usato in chiave metaforica a descrivere il doloroso percorso di cercare instancabilmente sé stessi. Innumerevoli i riferimenti alla musica tradizionale americana, il disco è un concept unico nel suo genere che passa da momenti di assoluto lirismo come "Crowd Of Drifters" ad autoironici pezzi da line-dance come "Fear Of Trains". E' uno dei pochi album dei Magnetic Fields cantato interamente da Merritt, e il binomio dolce-amaro che caratterizza tutta la sua produzione è perfettamente incarnato dalla sua voce inconfondibile, bassissima e indolente (lui si autodefinisce "un'ottava sotto Gene Martin"): "Some people don't believe in dying, but some of us don't believe in life".

    C come "Crazy For You (But Not That Crazy)"

    Sequel immaginario di "Absolutely Cuckoo", questa è una delle canzoni indimenticabili del capolavoro di Merritt e dei Magnetic Fields: il triplo album 69 Love Songs (1999). Celebre per la linea di synth "ring-mod" e la dichiarazione d'amore a contrario, pochi sanno che il basso suonato col Moog è "preso in prestito" dagli Sweet (per l'esattezza da "Lies In Your Eyes"), la batteria è rubata al sound Motown ma rallentata di 1/2, e il ritornello è ispirato a "Bette Davis' Eyes" di Kim Carnes. Questo per dire che non serve essere poi così originali per scrivere il disco pop del decennio. Per dirla con Merritt, che tra le altre cose è un critico musicale, il pop è fondato sul precedente, sulla copia creativa, sulla capacità di rielaborare le influenze. La forza principale di tutto 69 Love Songs è nella presa di coscienza di questo meccanismo e nella sua estremizzazione. L'album suona familiare come i Beatles, eppure è assolutamente unico, e non una delle 69 canzoni presenti somiglia all'altra.

    D come Death

    La morte, per il Merritt autore, non è che la necessaria conseguenza dell'amore. Il 99% del suo repertorio è fatto di canzoni d'amore, e non una è scevra da questo lato oscuro, da questo tragico effetto collaterale. In "The Death Of Ferdinand De Saussure", un altro pezzo di 69 Love Songs, l'autorevole linguista fa in tempo a dichiarare che dell'amore non si sa nulla, per poi venire brutalmente ucciso in nome di Holland-Dozier-Holland, il trio autore di buona parte del repetorio amoroso della Motown.
    Quando Merritt fonda i Gothic Archies nel 1995 (vedasi G, più sotto), sostiene che la nuova band si distingue dai Magnetic Fields in quanto "ogni barlume di speranza è inesorabilmente spento". Se non altro, in "Underwear" ci viene detto in francese, giocando pesantemente sull'assonanza dei due termini, che la morte è solamente la morte, ma l'amore... è l'amore.

    E come "Either You Don't Love Me Or I Don't Love You"

    "Every time you feel wonderful, baby, I feel bad/ Either you don't love me or I don't love you, oh yeah". Questo è cioè che canta laconicamente Stephin nell'ormai storico Ep The House Of Tomorrow (1992). Personalmente, adoro questo Ep perché è la cifra di quello che i Magnetic Fields sono stati prima di 69 Love Songs: scanzonati, brevi, lo-fi, vagamente nerd, e con una buona dose di riverbero che male non fa. L'Ep è fatto di 5 loop-songs (ovvero canzoni basate sulla ripetizione di due accordi in croce), una formula che Merritt recupera constantamente, una migliore dell'altra, soprattutto se consideriamo i testi: "You look like Herbert von Karajan"; "Don't you know, love goes home to Paris in the Spring?"; "We're deprived and depraved" e "The record store is execrable" (dove la parola "esecrabile" fa rima con "tutto").

    F come Future Bible Heroes

    Stephin Merritt e Chris Ewen, DJ e musicista di Boston (ed ex-fidanzato, pare) formano i Future Bible Heroes nel 1997, ed esce Memories Of Love. Ewen è autore delle musiche e Merritt dei testi, anche se è difficile ignorare il tocco di quest'ultimo negli arrangiamenti. I Future Bible Heroes sono un gruppo synth-pop nel momento in cui il synth-pop è il genere più impopolare. Anche qui, pionieri: qualche anno dopo riesplode il sound anni 80 con il boom electroclash, e dopo aver fatto uscire un altro disco (Eternal Youth, 2002) e un paio Ep (I'm Lonely And I Love It e The Lonely Robot), il gruppo torna beffardamente in letargo nel 2003. I Future Bible Heroes sono come il loro nome: sono destinati a non essere mai famosi. E invece i dischi valgono eccome: Memories Of Love è Joe Jackson ubriaco che canta le canzoni rimaste fuori da un'immaginaria One Shot '80 Compilation (consigliatissimi la title track e il citazionismo kraftwerkiano di "Blond Adonis"). Eternal Youth ricorda quasi i Roxette, con degli arrangiamenti assolutamente anomali, quasi si fosse rotto il sampler. Il riferimento è alle dissonanze di "Dorisdaytheearthstoodstill", accompagnata dal suono di bolle di sapone che esplodono al centro della terra, e agli esperimenti à-la Sakamoto di "Viennese Lift" e "Bathysphere". Impossibile non citare la dance decadente di "The World Is A Disco Ball" e la sua cosmogonia da depressione.

    G come Gothic Archies

    Terzo ma non ultimo eteronimo di Stephin Merritt, i Gothic Archies sbucano fuori nel 1995, e formalmente sono una one-mand-band di Stephin, salvo l'aggiunta di Daniel Handler, fisarmonicista e autore di successo della serie per bambini "Una serie di eventi sfortunati", sotto lo pseudonimo di Lemony Snicket. Questo sconclusionato gruppo gothic-bubblegum partorisce un Ep eccezionale, The New Despair (Merge, 1996 e precedentemente uscito per la mini-etichetta dei They Might Be Giants).
    The New Despair è talmente caricaturale nella sua tragica depressione che ottiene di fatto l'effetto opposto, aiutato da ritmi tutt'altro che lenti. La voce di Merritt raggiunge nuovi record di profondità nella sbilenca "The Tiny Goat" ("The tiny goat wanted a birthday party/ and sent out invitations to its friends/ but when the day came none of them remembered/ so it put out its eyes with fountain pens/ Suicide was not an option for the tiny goat"), ma il picco del disco è senza dubbio "The Dead Only Quickly", ballata al fulmicotone per pianoforte che non a caso verrà recuperata da Neil Hannon dei Divine Comedy.
    Nel 2006 esce The Tragic Treasury, che trae ispirazione dai racconti comic-gothic di Lemony Snicket e lo accompagna nello spettacolo-presentazione degli stessi. L'umorismo nero e non-sense dei Gothic Archies si alleggerisce ulteriormente anche grazie ad arrangiamenti più teatrali e acustici, quasi da filastrocca ("Scream And Run Away", "Freakshow").

    H come Holiday

    Holiday arriva nel 1994, e anche se formalmente è il terzo disco per i Magnetic Fields, è di fatto il primo album del gruppo per come lo conosciamo oggi (manca solo John Woo), e uno dei dischi più amati. Holiday è uno dei precursori del suono dell'indie-pop come lo conosciamo oggi: recupero degli strumenti acustici, arrangiamenti toy-pop e produzione lo-fi. Oltre a tutto questo, è ricchissimo di pezzi veloci e adorabili, in primis la perla "Take Ecstasy With Me", ma anche "Deep Sea Diving Suit" e "All You Ever Do Is Walk Away". Il disco è un piccolo capolavoro e contribuisce a montare la popolarità del gruppo grazie anche all'originalità dei testi e degli arrangiamenti, che influenzeranno profondamente le generazioni successive. Una nota finale per il tributo synth-punk "In My Car", in cui John Foxx incontra i Rem.

    I come I (l'album del 2004)

    Temendo che gli ascoltatori interpretino le sue canzoni come autobiografiche se intitola un albumi, Stephin Merritt pensa bene di giustificare il titolo facendo iniziare tutti i nomi delle canzoni con la lettera I. Con il senno di poi, sappiamo anche che I è il primo album della cosiddetta "trilogia no-synth", in cui Merritt esclude volutamente sintetizzatori ed effetti digitali dalla produzione dei Magnetic Fields (gli altri due album sono Distortion e Realism). I è infatti interamente acustico.
    Pur vantando pezzi da novanta come "I Wish You Were My Boyfriend" che non potrebbe mancare in un immaginario "best of" della band, o "I Wish I Had An Evil Twin", il più bel brano pop per violoncello esistente, I paga il dazio di venire dopo 69 Love Songs. Al confronto, fa la figura di un album piatto a livello di produzione, e poco creativo a livello compositivo. Chiaramente, è tutto relativo, sebbene è percepibile nel disco una mutazione del "suono magnetic fields" storicamente spiegabile.
    Contestualmente, infatti, Merritt comincia a lavorare come compositore teatrale in un paio di spettacoli neo-kabuki: il suo pop si fa hi-fi, si fa sofisticato. Tutt'altro che brutto, è la cosa più lontana da Holiday che i Magnetic Fields abbiano mai fatto. Agli ascoltatori più pazienti consiglio di sentire "Irma", un pezzo incredibile dove clavicembalo si sposa perfettamente con l'ukulele, e Brian Eno è plagiato così bene che se uno non lo sa, non ci arriva mai.

    L come Love

    La parola love compare 96 volte in 69 Love Songs. Vecchio o nuovo, triste o in fiore, ricambiato o vilipeso, l'amore è il grande protagonista della musica di Stephin Merritt. La definizione più espicita è senz'altro: "Love is like a bottle of gin/ but a bottle of gin is not like love" (da 69 Love Songs).

    M come Magnetic Fields

    I Magnetic Fields sono Stephin Merritt (voce, arrangiamenti, composizione, produzione, ukulele, chitarre, synth e buona parte degli strumenti), Claudia Gonson (amica storica di Stephin, inizialmente manager, poi batterista, poi pianista, poi seconda voce), Shirley Simms (seconda voce da 69 Love Songs in poi, è talmente brava che negli ultimi album canta spesso da sola), Sam Devol (violoncello), John Woo (banjo, chitarre).

    N come New York City

    Città base dei Magnetic Fields prima che Stephin si trasferisse a Los Angeles (2007 circa), è una delle principali fonti d'ispirazione per le canzoni del gruppo. Primo, perché è patria delle storiche influenze musicali di Merritt: il movimento Tin Pan Alley, Irving Berlin, Leonard Bernstein, Stephen Sondheim e Broadway - in altre parole, il fior fiore del pop d'autore americano che gli ascoltatori moderni pare abbiano colpevolmente dimenticato. Secondo, perché è in questa città gloriosa e inquietante che Stephin si aggira per comporre. Le citazioni sono innumerevoli: la Bowery, ex-patria dello storico locale punk CBGB's, il sempre decadente e vagamente hippie Lower East Side, il Village (l'anima artistica e gay della città) e il Brill Building, fabbrica del bubblegum. Terzo, perché è a New york, e in particolare da Mandolin Brothers, che Merritt viene a comprare le chitarrine vintage che suona nei suoi dischi.

    O come Original Soundtrack

    Ovvero i lavori di Merritt solista:
    1) musiche del film "Eban & Charlie" di James Bolton
    2) musiche del film "Pieces Of April" di Peter Hedges
    3) musiche dello spettacolo off-broadway "The Orphan Of Zhao", "Peach Blossom Fan" e "My Life As A Fairy Tale" di Chen Shi-Zheng, raccolte nell'album Showtunes;
    4) musiche dello spettacolo off-broadway "Coraline" (nel quale ha utilizzato il "piano preparato" di John Cage)
    5) musiche dello spettacolo muto "20.000 leghe sotto i mari" (che dovrebbe debuttare a San Francisco il prossimo maggio - omissis)

    P come Pop

    Secondo Stephin Merritt, non ha senso parlare di autenticità nella musica pop, né di originalità. Nulla si crea e nulla si distrugge nel pop, e tutto si finge. Dati tutti gli eteronimi di quest'uomo, può aver senso citare il poeta portoghese Fernando Pessoa: "Il poeta è un fingitore/ Finge così completamente/ che arriva a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente".
    Nel calderone di questo frutto contaminato che è il pop, Merritt ama due cose: la varietà, intesa come "tutti i generi tranne heavy rock" (vedi anche lettera V), e la brevità, intesa come "formato 45 giri", ovvero circa 3 minuti.

    Q come Queer

    Queer = gay. Esistono due diverse concezioni di "musica gay". Può essere musica gay quella composta da gay, o quella che piace ai gay. Nessuna di queste definizioni è soddisfacente, e le pubblicazioni in materia non vanno molto oltre il mero elenco di musicisti omosessuali. Premesso che a mio parere la musica gay esiste eccome, Merritt è un personaggio illuminante in questo senso. Non ha mai avuto bisogno di come out, perché, a suo dire, nessuno si aspettava che lui fosse eterosessuale. Di conseguenza, Merritt è il primo autore pop "naturalmente" gay, e la sua musica rispecchia esattamente questa concezione: nessuna delle sue canzoni d'amore dà mai per scontato che si tratti d'amore eterosessuale o viceversa, anzi, spesso le parti sono invertite doppiamente (in "Papa Was A Rodeo", Mike è una donna), e tutto questo senza ricorrere alla forzosa spersonalizzazione della canzone per renderla politically correct nonché tristemente neutra. Di converso, se è vero che le canzoni di Merritt nascono nei bar gay, anche un omofobo vi si può identificare in un secondo, a dimostrazione che l'amore non distingue. Quando Claudia canta "Acoustic guitar/ I am gonna make you a star/ Just bring me back my girl" o Stephin canta "When my boy comes down the street/ ... / And he's gong to be my wife" e insieme cantano "Yeah! Oh, Yeah!" non c'è alcuna differenza, non c'è alcuna politica, non c'è alcuna indagine sociologica da fare. Stephin Merritt si aggira con un chihuaua bianco e riesce comunque a essere queer senza tuttavia essere queer. E' un genio.

    R come Reference

    Reference è citazionismo. Se musicalmente Stephin è un citazionista professionista, uno talmente bravo a "farsi influenzare" che sebbene non riesca a trovare nulla di originale in quello che scrive non riesco nemmeno a citare tra le sue influenze nessuno in particolare, perché dentro c'è tutto e il contrario di tutto: dagli Abba a Leonard Cohen, dai Kraftwerk ai Kinks, da Phil Spector agli Omd. Ma citazionismo vuol dire anche essere colti, nel caso di Merritt anche enciclopedici anche, e le sue liriche sono un continuo di personaggi della musica e dello spettacolo, di posti come il Boom Boom Room (storico locale gay di Laguna Beach), Elaine's nel Lower East Side, citazioni colte. I testi di Stephin Merritt sono pieni zeppi di figure retoriche sofisticate, rime poco scontate e vocaboli più da pubbicazione scientifica che da pop song. Celebri anche i suoi neologismi, tra cui mi permetto di citare "unboyfriendable" (da "All My Little Words").

    S come Sixths

    Ultimo e migliore eteronimo di Merritt, i The 6ths nascono perché nel 1992 lui non voleva cantare le sue canzoni. Così, i The 6ths sono di fatto il gruppo di Stephin Merritt dove Stephin Merritt fa tutto tranne cantare. Il primo disco è Wasp's Nest (1995), che vede come guest vocalist, tra gli altri, Lou Barlow dei Dinosaur Jr, Dean Wareham dei Galaxie 500, Rober Scott dei Clean, e Chris Knox dei Tall Dwarfs.
    Insomma, una bella cricca di indies anni 90, messi a cantare pezzi distanti anni luce dalle loro normali produzioni, ovvero brani che appartengono al repertorio lo-fi bubblegum dei Magnetic Fields. Il risultato è un album fatto di alti e bassi, ma generalmente frizzante e coinvolgente al pari di Holiday, che vale un ascolto solo per "Falling Out Of Love (With You)" e "Here In My Heart".
    Il secondo (e sin d'ora ultimo) allbum a nome The 6ths è Hyacinths And Thistles (1999), dove figurano Momus, il già citato Neil Hannon e un redivivo Gary Numan (che interpreta un pezzo che pare uscito dal suo stesso repertorio se mai fosse aggiornabile agli anni 90). Questo secondo disco in particolare sembra più accurato del precendente nel cucire addosso a ciascun interprete una canzone adatta alla sua interpretazione, e magistrale è Katherine Whalen degli Squirrel Nut Zippers che intona la dolcissima "You You You You You".

    T come "The Desperate Things You Make Me Do"

    Dopo un turbolento rapporto con varie case discografiche, per i Magnetic Fields il 1995 è l'anno della stabilità. Arriva John Woo, ex-compagno di università di Merritt e ottimo suonatore di banjo, e il gruppo fa uscire Get Lost come primo album per la Merge (1995) che resterà la loro etichetta fino a I.
    Get Lost è quasi il fratello maggiore di Holiday, con qualche synth in più e meno lo-fi (ma mica tanto). Rispetto a Holiday è certamente più maturo, e, memorie affettive a parte, musicalmente migliore. Contiene un pezzo per ukulele come "With Whom To Dance" che potrebbe stare tranquillamente in 69 Love Songs, la ballata commovente di "Don't Look Away" e l'indie-synth-pop di "All The Umbrellas In London". Scherzi a parte, Get Lost è un disco senza errori e la miglior prova dei Magnetic Fields - 69 Love Songs a parte.

    U come Ukulele

    Per sfatare un mito, l'ukulele non è una chitarra. E neanche una chitarrina, è uno strumento con 4 corde e una cassa di risonanza di origine hawaiana con un suono acuto, brillante e leggermente stonato. L'ukulele fa parte della tradizione folk hawaiana ed è stato importato negli Usa in era pre-rock. Strumento di culto della scena Tin Pan Alley, è un classico dei Magnetic Fields. Tra le migliori ukulele songs a firma Merritt segnalo: "Queen Of The Savages", "This Little Ukulele", "You You You You You" (The 6ths) e "Smile, No One Cares How You Feel" (The Gothic Archies").

    V come Variety

    Merritt è un autore pop. Sebbene parte della sua produzione solista sia molto vicina all'operetta e alla musica da camera, la sua anima e la sua carriera appartiene al pop. Non certo pop da classifica, ma un pop mutante, a volte vicino al folk, altre volte vicino al synth, spesso retrò. Il pop è un genere che fa della semplicità la sua bandiera, per restare orecchiabile e piacere a tutti. Ma a Stephin piace cambiare, piace sperimentare stili differenti, gli piaccono le sfide e i concept-album. E' ormai un produttore-arrangiatore con vent'anni di esperienza, e sa essere preciso come un George Martin. Se c'è una ragione per cui un cantautore che fa bubblegum non è in classifica, è perché il suo bubblegum non è mai banale, non è mai quello che ti aspetti. Variety è arte come intrattenimento, evasione e insieme identificazione, pop per professionisti, insomma.

    W come Wayward Bus

    The Wayward Bus, insieme a Distant Plastic Trees, fa parte degli albori dei Magnetic Fields, quando nel 1992 Stephin era troppo timido per cantare e c'era Susan Anway. I due album sono sostanzialmente equivalenti, e sebbene già rivelino chiaramente il sound Magnetic Field, sia negli arrangiamenti che nelle melodie, sono palesemente acerbi e tutto sommato prescindibili in mezzo a una produzione così ricca.
    Canzoni valide, soprattutto per chi ama il pop lo-fi, sono "Jeremy", "Railroad Boy", "100000 Fireflies" e "Josephine" ("If I were Napoleon/ You would be my Josephine")

    X come "Xavier Says"

    Palesemente ispirata a una conversazione origliata in un gay bar di New York, "Xavier Says" potrebbe essere stata composta da Stephin nel 1995, se non fosse per la produzione da shoegaze estremo che la riconduce agilmente a Distortion (2008), semi-tributo ai Jesus And Mary Chain, che a parere di Merritt sono stati gli ultimi ad inventare un nuovo suono nel rock.
    Distortion è tutto un riverberare, persino di strumenti acustici, e l'effetto finale può essere parzialmente disturbante. A un ascolto attento, però, la produzione è particolarmente interessante. Una canzone natalizia come "Mr. Mistletoe" versione shoegaze è effettivamente qualcosa di parecchio originale.
    Non tutto il disco regge la prova di forza, ma un anthem come "Three-Way" o la ballata mid-tempo di "The Nun's Litany" e l'horror-pop di "Zombie Boy" entrano di diritto nel miglior repertorio Magnetic Fields.

    Y come "You Must Be Out Of Your Mind"

    Non pago dell'abuso elettrico di Distortion, Merritt passa all'estremo opposto. Arrangiamenti "formalmente folk", niente di elettrico, influenze chiamate in anticipo (Joshua Rifkin, arrangiatore MOR-psych-folk), come nel precedente disco, con qualche perplessità in più per la produzione, fatta di oscuri strumenti vintage-folk suonati senza particolare ambizione ed effetti-eco sulle parti vocali.
    Opposto a Distortion, eppure in qualche modo simile, soprattutto a livello compositivo, Realism (2010) vanta singoli come "Better Things", "I Don't Know What To Say", "You Must Be Out Of Your Mind" e l'esilarante "We Are Having a Hootenanny". Merritt divide le parti vocali con le sue ormai storiche sparring partner Gonson e Simms, e il risultato finale è tutto sommato soddisfacente. La verità è che i Magnetic Fields ormai sono una cosiddetta bona fide band, ovvero un gruppo che gode di ottima fama, al punto che ogni nuovo disco è quasi una garanzia di qualità.

    Z come Zebra

    "Zebra", la traccia che "casualmente" chiude 69 Love Songs ed è certamente stata composta esclusivamente per avere una canzone che cominciasse per zeta. Allo stesso modo in cui Merritt strumentalizza le lettere a scopi compositivi, io strumentalizzo la zeta per chiudere la panoramica su questo artista complesso e tentacolare, sperando che il prossimo album dei Magnetic Fields inizi per zeta.


    Pubblicato per Ondarock: http://www.ondarock.it/popmuzik/magneticfields.htm
  • I never thought I will end up doing it (that's what she said)

    12 mar 2010, 03:06

    Records of the decade 00-09


    1. Knife - Deep Cuts (2003)
    2. Vive la Fête - Nuit Blanche (2003)
    3. Air - 10.000 Hz Legend (2001)
    4. Daft Punk - Discovery (2001)
    5. Interpol - Turn On The Bright Lights (2002)
    6. Domotic - Ask For Tiger (2005)
    7. Kelis - Tasty (2003)
    8. DJ Hell - NY Muscle (2003)
    9. Restiform Bodies - Restiform Bodies (2001)
    10. HEALTH - HEALTH (2008)
    11. Broadcast - Tender Buttons (2005)
    12. Caribou - The Milk Of Human Kindness (2005)
    13. Yeah Yeah Yeahs - It's Blitz! (2009)
    14. Rapture - Echoes (2003)
    15. AA.VV. - DFA Compilation #2 (2004)
    16. Sufjan Stevens - Illinois (2005)
    17. Low - The Great Destroyer (2005)
    18. Divine Comedy - Victory For The Comic Muse (2006)
    19. The White Stripes - Elephant (2003)
    20. The Postal Service - Give Up (2003)
    21. Broken Social Scene - You Forgot It In People (2002)
    22. Kings Of Convenience - Quiet Is The New Loud (2001)
    23. El Guapo - Fake French (2003)
    24. Cold Cave - Love Comes Close (2009)
    25. Desire - II (2009)
    26. The Field - From Here We Go Sublime (2007)
    27. Kanye West - 808 & Heartbeat (2008)
    28. Paavoharju - Laulu Laakson Kukista (2008)
    29. Tba - Annulé (2005)
    30. Neon Neon - Stainless Style (2008)

    I will regret this so much
  • A guide to the best records of the year (IMHO) for my Italian friends

    26 dec 2009, 22:27

    1. Cold Cave - Love Comes Close

    Compendio del synth pop tutto, in un pratico unico album. Dal pop al dark, dalle linee di basso new wave alle drum machines in 4/4, dal punk sintetico alla dance nichilista, bellissima voce baritonale e testi che sono poesie. E' lui il disco dell'anno. Singoli: "Love Comes Close", "The Laurels Of Erotomania", "Youth And Lust".

    2. Wild Beasts- Two Dancers

    Scoperti da pochissimo, questo gruppo inglese fa un indie rock molto melodico con influenze new wave e atmosfere romantiche che contrastano nettamente con dei testi allucinanti. Il falsetto del cantante mi manda fuori di testa, altro che Antony. Capolavoro. Singoli: "The Fun Powder Plot", "Hooting & Howling", "This Is Our Lot".

    3. Desire - II

    L'anno scorso i Chromatics, quest'anno i Desire che sono un gruppo praticamente gemello, con la differenza che questo album è pure più bello. Siamo su di un synth pop onirico, minimale, voci femminili e acidità sintetiche da brividi sulla schiena. "Don't Call" e "Under Your Spell" imperdibili.

    4. Brakes - Touchdown

    Altro gruppo inglese che mi ha lentamente conquistato... disco meravigliosamente variegato, dal punk rock all'indie rock inglese classico con grande talento ed un'energia infinita. Non sentivo niente del genere dal mitico "Me. Me. Me." degli Air Miami (capolavoro). Strapieno di singoli, tra cui scelgo: "Worry About It Later", "Crush On You", "Hey Hey" e "Two Shocks".

    5. Yeah Yeah Yeahs - It's Blitz!

    Questo si commenta abbastanza da solo. C'è da dire che a me loro non sono mai piaciuti molto, e il fatto che questo album sia per me fantastico la dice lunga sul cambio di suoni. Canzoni bellissime, con il suono più moderno che c'è, un marchio del decennio proprio. Singolo dell'anno "Zero", ma anche "Soft Shock" e "heads Will Roll" sono delle bombe.

    6. The xx - XX

    Poco più che teenagers inglesi ripescano un suono dimenticato, un post-wave minimale, intimo ed insieme veloce, quasi shogaze senza riverbero (no-gaze?). L'album scorre via che è una meraviglia, ho consumato la "Intro" e il singolo "Crystalised"

    7. Coconut Records - Davy

    E' da gennaio che mi cooclo questo indie-boy dal talento melodico pazzesco. Un disco estivo e romantico, pieno di perle quali "Drummer", "Saint Jerome" e la commovente "Is This Sound Okay?"

    8. Major Lazer– Guns Don’t Kill People… Lazers Do

    Black power del nuovo millennio, il tuo re è Major Lazer. Un album estremo ed irresistibile, che frulla e rifrulla i suoni trasformandoli in qualcosa di unico ed esilarante.

    9. Dente - L'amore non è bello

    Non mi innamoravo così di un disco italiano da "La moda del lento", forse perché Dente ha dentro tutti gli italiani che mi piacciono, forse perché i testi sono troppo belli, o forse perché mi sono rincoglionita del tutto. Cieco amore per questo pop mica-poi-tanto-sgangherato con la "r" debole. Conzoni: "La presunta santità di Irene", "Buon Appetito" e "Beato Me" (anche se è solo nel vinile bianco)

    10. Metric - Fantasies

    Storicamente il decimo posto è riservato a quell'album che non ho mai stimato più di tanto, ma che ridendo e scherzando ho ascoltato 3000 volte. Il 2009 vede gli insospettabili Metric, in particolare le loro "Help, I'm Alive", "Gold Gun Girls" e "Blindness". Penso che piacerebbero anche a mia nonna.

    Si continua, in breve:

    11. Gus Gus - 24/7
    il più bel disco di elettronica dell'anno

    12. Uoki Toki - Libro Audio
    avant-hiphop italiano con testi e basi pazesche

    13. Nite Jewel - Good Evening
    Sound originalissimo, sporchissimo, e rimane poppissimo.

    14. Basement Jaxx - Scars
    Non gli davo due lire e invece è il più bel disco dai tempi di "Remedy".

    15. Souvenir - Drums, Sex and Dance
    Mi sono scivolati un po' in basso, ma è l'album che i Vive La Fete cercano di fare da anni.

    16. Maisie - Balera Metropolitana
    Impossibile ascoltarlo tutto di fila, ma rimane geniale.

    17. Bat for Lashes - Two Suns
    Bravissima lei, bravissima la band, Kate Bush del 2009.

    18. The Juan Maclean - The Future Will Come
    Un sound diversissimo da quello vecchio, una specie di tributo agli Human League.

    19. Danger Mouse and Sparklehorse - Dark Night of the Soul
    Disomogeno, ma ad avercene di pezzi così fighi. Cast stellare.

    20. Memory Tapes - Seek Magic
    Lo chiamano glo-fi, ma per me è semplicemente pop, con uno stile molto particolare e un paio di pezzi veramente da sogno.

    in ordine quasi alfabetico, comunque piaciuti per qualche ragione:

    *Laurent Garnier - Tales of a Kleptomaniac (interessantissimo l'uso dei fiati live applicato alla techno)
    *Moderat - Moderat (mostri)
    *Wavves - Wavvves (noise-surf)
    *Bad Lieutenant - Never Cry Another Tear (sono i New order senza tastiere, non riesce a non piacermi)
    *Broadcast and The Focus Group - Broadcast and the Focus Group Investigate
    *Calvin Harris - Ready for the Weekend (molto anni '90, ma 2-3 singoli sono meravigliosi)
    *Dan Melchior Und Das Menace - Thankyou Very Much (meravigliosi passatismi weird-garage)
    *Datarock - Red (sempre carini e danzerecci q.b.)
    *Editors - In This Light and on This Evening (decisamente superiore alle vecchie cose)
    *Flight of the Conchords - I Told You I Was Freaky (non solo fa ridere, ma è anche bella musica)
    *Golden Silvers - True Romance (funky-glam inglese da tenere d'occhio)
    *Graham Coxon - The Spinning Top (finalmente un disco decente, fingerpicking e via)
    *HEALTH - Get Color (preferivo quello dell'anno scorso, ma loro sono una conferma)
    *Jeffrey Novak - After The Ball (Queen of Moods best canzone garage ever)
    *Lady Gaga - The Fame Monster (la produzione di questa roba è pazzesca)
    *Lily Allen - It's Not Me, It's You (idem come sopra, sebbene con risultati opposti)
    *Mew - No more stories Are told today... (forse l'album più originale dell'anno)
    *Neon Indian - Psychic Chasms (psych-pop bello sporcato)
    *Niobe - Blackbird's Echo (bellissimi gli arrangiamenti avant-pop e i cambi di ritmo)
    *Peaking Lights - Imaginary Falcons (psych e basta. Un trip totale)
    *Robyn Hitchcock - Goodnight Oslo (pari ai migliori REM)
    *Röyksopp - Junior (dejà vu, ma sempre validi)
    *Sufjan Stevens - Run Rabbit Run (spettacolare versione da camera delle musiche di SS)
    *Telepathe - Dance Mother (i due singoli valgono per tutto il disco)
    *The-Dream - Love vs. Money (produttore di mezza classifica USA, è di fatto un genio)
    *The Drums - Summertime EP (surf revival)
    *The Duckworth Lewis Method - The Duckworth Lewis Method (non molto Divine Comedy, ma decisamente valido lo stesso)
    *Vive la Fête - Disque d'or (quel paio di pezzi buoni ce li mettono sempre, anche se il giocattolo è vecchio)
    *Washed Out - Life of Leisure (il disco dell'estate)
    *White Lies - To Lose My Life... (dove lasciarono gli Interpol)
    *JC Brooks & The Uptown Sound - Beat Of Our Own Drum (un disco degli anni 70)
  • Modeselektor - Body Language Vol. 8 (Get Physical 2009)

    29 nov 2009, 13:11

    Non può passare inosservata questa compila dei Modeselektor, i crucchi del momento sulla scena elettronica. Sono quelli con la scimmia cattiva come mascotte/simbolo, che già 2 anni fa si erano turbolentemente fatti notare con "Hello Mom!" Un discone electro-techno di rara potenza (di cui ricordo ancora il singolo "Dancing Box" - un mischione bassissimo e acidissimo di afro-francofonie hippoppettare!).
    Ma i Modeselektor non sono delle meteore: l'anno scorso hanno sfornato un secondo album e hanno iniziato proficue collaborazioni... In primis quella con Apparat, con cui hanno creato il mostro a tre teste noto come Moderat, che ho peraltro avuto il piacere di sentire anche dal vivo su questi schermi. La loro nomination per la prestigiosissima collana "Body language" della Get Physical (una delle etichette di punta della dance già da molti anni) li consacra definitivamente tra i nomi di punta dei producer internazionali. E anche nel missaggio e nella scelta dei pezzi il caratterino dei due amici si mostra da subito. Ecco la scimmia che rimbalza sui raggi laser di "Zig Zag" di Rustie. Ecco il flashback nostalgico di "Quo Vadis" del mitico G-man. Ecco la techno dilatata di Benga, con "Emotions". Ecco di nuovo la scimmia che rimbalza sulle basi hip-hop di Missy Elliott ("Lick it") e sul geneticamente modificato Busta Rhymes ("Gimme Some More").

    Interessante anche la seconda parte, che vira sul genere del momento, il dubstep: semplicemente pazzesco il delirio di "Anaconda" di Untold, ma adorabile anche la scelta di inserire "Pon De Flor " di Major Lazer, uno dei singoli dell'anno, per chi scrive.
    Qualche purista della serie del "linguaggio del corpo" storce il naso a un mix così eterogeneo, che spazia con nonchalance dalla detroit techno ai suoni cerebrali di Apparat, passando per il dubstep e gli Animal Collective (!!!), ma sono tutte cazzate. Lasciatevi aprire la mente dalla scimmia cattiva, che domanda furbescamente da dietro il vocoder "Do you expect the unexpected?".

    (12/11/2009)


    originale: http://www.ondarock.it/recensioni/2009_modeselektor.htm
  • intervista a Dente

    9 aug 2009, 22:13

    Primo punto. Questo è l'anno di Dente: è lui, trenteatreenne di Fidenza, il nome emergente della musica indipendente italiana. Indipendente in senso stretto, si badi bene, perché Dente i gironi dell'indie se li è fatti tutti: dal quattro piste in cameretta, alla squattrinata Jestrai Records, fino al recente approdo alla Ghost, una delle più importanti etichette indipendenti nostrane. Ma cosa vuol dire nel mondo reale essere il cantante sulla bocca di tutti? Qual è la vera portata del successo di Dente?
    Secondo punto: Dente è un cantautore in senso classico: tutte le sue canzoni sono costruite su accordi di chitarra acustica, tutte le liriche sono autobiografiche. In fondo, è il suo maggior punto di forza – ovvero l'elemento che lo ha portato fino a qui e potrebbe consentirgli di ampliare ulteriormente la sua notorietà – e insieme il suo punto debole: mostra facilmente il fianco a critiche di banalità, servilismo, tradizionalismo, noia. Inoltre, in quell'acquario di bohémien emointellettuali che appare oggi la musica italiana dei canali indipendenti, è molto facile passare per uno che ci marcia, che recita, che se la tira. Basta rimbalzare un'intervistina, finire su Vanity Fair, farsi fare una foto un po' artistica. Nei credits del suo ultimo album “L'amore non è bello”, c'è scritto che tutte le canzoni sono a firma di Giuseppe Peveri, “per brevità Dente”. Non “in arte”, ma “per brevità”, come se Dente non fosse un personaggio, ma lui e Giuseppe fossero la stessa persona. Ma quanto è vero questo? Quanto è “vero” Dente?
    Approfittando del suo concerto di Desio, ho deciso di farmi chiarire questi due punti direttamente da lui.

    Dal 2006 ad oggi hai fatto 3 album e un Ep. Come sono andati rispettivamente, a livello di vendite?

    Sono andati bene, inaspettatamente... Nel senso che i dischi non si vendono più, come sai. Specialmente quest'ultimo (“L'amore non è bello”, ndr) è andato bene, perché ha avuto più promozione, più visibilità. Il mio primo disco (“Anice in bocca”, 2006, ndr) è esaurito, ma erano state stampate solo 300 copie, si vendeva ai concerti e non era stato neanche distribuito. “Non c'è due senza te” (2007, ndr) è andato abbastanza bene, nonostante che dietro non ci fosse una macchina che lo promuoveva. Ha girato da solo, e comunque credo che abbia venduto più di mille copie. L'Ep (“Le cose che contano”, 2008, ndr) contava circa 3000 copie, ma era scaricabile gratuitamente. L'ho fatto insieme a Enrico Gabrielli, Roberto Dellera e Enzo Cimino (batterista dei Mariposa, che ha registrato e mixato tutto quanto), registrato in amicizia allo studio dei Mariposa. Per me non è costato niente e quindi non me la sono sentita di venderlo. Questo disco qua (“L'amore non è bello”, ndr) sta vendendo molto più degli altri, credo abbia triplicato le vendite di “Non c'è due senza te”.

    Riesci a vivere vendendo dischi o comunque vorresti poterlo fare?
    No, assolutamente no, ormai si guadagna solo con i concerti. Certo, a me piacerebbe vivere facendo dischi, ma mi piace anche suonare dal vivo. Il fatto è che i volumi di vendite ormai sono troppo bassi per guadagnare solo con le vendite. Pensa che oggi vendere 5000 copie è un grandissimo risultato, ma con le royalties di artista con quelle vendite non ci fai neanche la spesa. Una volta la pirateria non era alla portata di tutti e la genta comprava i dischi... Penso che ormai neanche Ramazzotti riesca a vendare 500.000 copie. Sono persino scesi i traguardi per il disco d'oro e il disco di platino!

    “L'amore non è bello” sta andando particolarmente bene anche perché è stato promosso molto meglio: ora hai un'etichetta molto più attenta alla promozione, un ufficio stampa, un'agenzia che ti cura il booking, insomma sei passato ad un altro livello.
    Fortunatamente sì, “L'amore non è bello” è a un livello superiore sia come composizione sia a livello di “oggetto”, tecnicamente. Sicuramente è un “prodotto” registrato meglio, soprattutto rispetto agli altri dischi che erano registrati in maniera abbastanza grezza. Io avrei sempre voluto registrare un disco in studio, solo che non avevo i mezzi, e quindi mi accontentavo di fare tutto in casa. Stavolta siamo riusciti ad andare in studio, e e finalmente mi sono tolto questo “fantasma” del registrare un disco in studio, lavorando con dei musicisti, che tra l'altro hanno collaborato anche agli arrangiamenti. Siamo stati 15 giorni in studio ad arrangiare tutte queste canzoni, e anche loro ci hanno messo lo zampino.

    Le tue canzoni sono sempre molto “sincere”, molto autobiografiche. Man mano che diventi più popolare, è più difficile per te essere te stesso?
    No, credo proprio di no. Anche perché non è che sono chissà chi. Certo, sono più famoso di due anni fa, ma non è che mi è cambiata la vita.

    In realtà non mi riferivo solo al successo, ma allo scollamento tra te come persona, come cantautore, e il personaggio che sale sul palco. Quando non si è nessuno è molto facile essere se stessi, adesso invece vedo che tu comunque hai un'immagine: la locandina del concerto ti vede sotto forma di una specie di San Francesco che ammalia gli animali del bosco...
    Io onestamente non bado molto a queste cose, faccio le cose come mi vengono. La foto della locandina è un'idea mia, mi piaceva l'idea di impersonare San Francesco e mi sembrava buona per la locandina, in quanto comunica questo concetto di attirare la gente verso di te, con un messaggio tipo “venite a me”. Però è una cosa così, non penso molto all'immagine che do alla gente, anche perché se mi metto a pensare a queste cose qua, è finita.

    Quindi tu sei te stesso e basta.
    Sì, io mi sento come ero 10 anni fa. Certo, è cambiato il fatto che io conosco molta più gente e molta più gente mi conosce, ed è un po' fastidioso il fatto che alcuni si prendono delle libertà solo perché tu sei su un palco. Sai, anche questa storia dei nuovi mezzi di comunicazione (odiosi) influisce, perché la gente si sente molto più vicina all'artista rispetto al passato. Se tu pensi che solo 15, 20 anni fa, per sapere se c'era un concerto si chiamava il locale, adesso la gente scrive direttamente a te, ti mandano un messaggio su Myspace o Facebook... A me non è che questa cosa dà fastidio, però, ad esempio, io non mi sarei mai e poi mai permesso di scrivere una cosa del genere a Emidio Clementi! Come conseguenza, la gente interpreta il rapporto come se fosse quasi amicizia e quindi vengono lì e ti danno le pacche sulle spalle. Io non è che voglio fare il superiore (perché non lo sono), però non ti conosco, cioè non siamo amici io e te! E questa è una cosa che un po' mi dà fastidio della piccola popolarità.

    “Beato Me” (inserita nella compilation “Il paese è reale”, ndr) è diversa dallo “stile Dente”, non solo per l'arrangiamento, ma anche per il testo, che trovo particolarmente criptico, me la spieghi?
    Questa canzone è la prima canzone non autobiografica che ho scritto, che voleva rimarcare certi comportamenti degli uomini nei confronti delle donne, sai, quell'atteggiamento un po' cattivo, pesante, stile usa-e-getta. Non sono molto abituato a scrivere questo genere di pezzi, però ho provato a buttare giù questa cosa qua, che era tra le papabili dell'ultimo album ma poi è rimasta da una parte perché non era finita, soprattutto il testo. Poi mi hanno chiesto di fare un pezzo per “Il paese è reale” e ho ripescato questo qua, l'ho riarrangiato con la consapevolezza che sarebbe andato su quel disco là, non su uno dei miei, quindi in maniera più aggressiva. È stato diverso anche il metodo di lavoro ed è stata una bella sfida anche per me portare a termine una canzone nel giro di due giorni, quando io non sono affatto abituato a lavorare con le scadenze, e sono molto contento del risultato.

    Un'altra canzone un po' fuori dal coro è “La presunta santità di Irene”, che si presta molto al gioco delle referenze. Il suono è proprio del Battisti di fine settanta, però la struttura è particolare, con questo lunghissimo tema musicale, le parole (poche) a metà, e la chiusura sempre lunga e strumentale, quasi alla Paolo Conte!
    Quella canzone è stata la prima da cui ho cominicato a lavorare per il disco, salvo poi accorgermi che alla fine si è rivelata la più diversa e la più slegata, sicuramente perché ha questa lunga parte strumentale che non mi appartiene molto. In questo disco sapevo che avrrei suonato con dei musicisti, quindi ci sarebbe stata molta più musica e molta più “pienezza”, però non volevo esagerare con le parti strumentali, perché volevo che rimanessero protagoniste le canzoni, quindi testo e melodia. Non volevo “farcirle” più di tanto. Questa apertura musicale ricorda molto quella di “Abbraciami Abbracciali Abbracciati” che è la canzone che apre “Anima Latina” di Lucio Battisti, che è un disco che io adoro, e sì, voleva essere proprio una citazione.
    In realtà io non so perché ricordo Battisti, o meglio anche io mi ricordo un po' Battsti, ma perché a me piace tantissimo e mi ha influenzato tanto in quello che faccio. Però i testi sono diversi, perché io fortunatamente non sono Mogol, e anche la voce è diversa... Non so, forse alcune melodie che scrivo possono ricordare alcuni pezzi di Battisti.


    Invece rispetto a Ivan Graziani e Enzo Carella (in particolare i dischi che fece negli anni 70 con Pasquale Panella come paroliere) come ti sembri?
    Purtroppo non li conosco. Però Panella mi piace molto.

    Faresti l'autore?
    Sì, certamente. Non mi è ancora capitato ma se facessi pezzi che non volessi cantare io li darei volentieri a qualcun altro.

    Domanda finale di rito: cosa farai nei prossimi mesi e se stai registrando qualcosa di nuovo.
    Ai pezzi nuovi per ora non ci sto pensando. Adesso porterò avanti questo tour qui fino a settembre-ottobre, poi l'idea era di fare una decina di date con una scaletta e un suono completamente diverso. Vorrei trovare dei posti un po' più scelti dove io possa fare canzoni che non posso eseguire nei festival estivi, quelle un po' più intime, ad esempio.

    Tipo secret concert?

    Beh, i secret concert sono un'altra cosa ancora, perché lì faccio un po' di tutto, faccio lo scemo, faccio cabaret, stile “siamo amici e suoniamo la chitarra”. Invece volevo proprio metter su uno spettacolo con la band con un altro set di canzoni, tipo “Solo andata”, che non faccio mai perché vedo che in questo set qui non funziona molto. Una cosa un po' più da seduto, tipo teatro, per essere un po' più seri.

    Dente mi dice qualche altro dettaglio: ad esempio, che “Anice in bocca” gli è venuto così “cattivo” (la traccia due si chiama: “Io della bellezza non me ne faccio un cazzo”) perché si era appena lasciato con una ragazza ed era parecchio incazzato. La cosa buffa è che la registrazione casalinga rende i frammenti di canzoni che compongono “Anice in bocca” ancora più aspro e “anicioso”, con il bel contrasto tra le parole e la voce melliflua di Dente (“ti farò venire i lividi/ con gli occhi chiusi vedrai molto più di così”).
    Gli faccio notare che tutti i suoi testi viaggiano su una dicotomia io/tu, soprattutto in “Non c'è due senza te” (“com'era bella/ la moglie del tuo amante/ sei stata ingenua/ col telefono stacci più attenta”, “che begli occhi che hai/ chissà come mi vedi bene”), e lui è addirittura sorpreso, mi risponde sorridendo: “Davvero”?
    Onestamente, dal vivo è bravo, affiatato con i musicisti, ed è anche un buon intrattenitore che sdrammatizza i momenti di stanca con un umorismo asciutto che gode dell'involontario effetto comico della “r” debole fidentina. Al momento dei bis, qualcuno gli chiede di suonare “Verde”, una canzone scritta da Federico Fiumani e coverizzata da Dente nell'album-tributo ai Diaframma “Il dono” (2008). Mentre la canta, la stravolge, la “dentizza” anche nel significato, trasformandola in una scanzonata (e buffamente nonsense) canzone d'amore. Qualcuno è entusasta, qualcun altro storce il naso: che fastidio questo Dente con la sua immagine di sfigato imbranato romantico. Quale è.


    http://ondarock.it/interviste/dente.htm
  • Ciao Christina

    15 jun 2009, 10:57

    Mon 18 May – Boss Hog, The Micragirls

    Cosa ci fanno qui i Boss Hog? Non fanno roba nuova da 9 anni, Jon Spencer, la consorte e quegli altri tre spostati. Tutti se lo chiedono, ma sono venuti lo stesso, per lo stesso mio motivo: un amico mi ha detto che l'ultima volta Christina Martinez l'ha leccato in faccia.

    Christina, in divisa da CBGB's: pantaloni di pelle, stivali, piume nere e quello sguardo killer che ha fatto perdere la testa a Jon Spencer in quel famoso concerto dei Jesus & Mary Chain, ormai quasi vent'anni fa. I Boss Hog si presentano con qualche chilo in più, ma con la stessa musica di sempre: garage rock abrasivo come carta vetrata, spezzato e insieme arricchito con profondi inserti rock-blues à la Jon Spencer (appunto), un tizio che sembra nato con la Stratocaster in mano.

    Nonostante la produzione un po' discontinua (i Boss Hog sono sempre rimasti un progetto minore per Spencer), di cartucce ne hanno parecchie, ed è roba pesante: "Ski Bunny", "Winn Coma", "Gerard" sono delle schegge di follia e rumore con Christina che grida nel microfono quei ritornelli totalmente punk, per poi camminare come una pantera in gabbia da un lato all'altro del palco, accompagnandosi con la sua voce bassa e sexy. La regola è zero pause, e anche se "Get It While You Wait" e "Whiteout" suonano un po' più morbide, i Boss Hog ci stanno violentando i timpani.

    E' una musica meravigliosamente reazionaria, americana, primitiva, fuori moda. Pochi effetti agli strumenti e una batterista che è uguale ad una mia ex collega che lavora alla Roche (anche questa qui secondo me lavora alla Roche, ma come cavia). Siamo un pubblico adulto, si sbaglia da professionisti, loro sembrano i nostri Creedence, e mentre tutti i ragazzini sono a vedere Andrew Bird che suona il violino (grazie al cielo) ci godiamo uno spettacolo di vera old school del garage, musicisti che pestano, e più pestano più godono, e più godano più si muovono, e più si muovono più sudano, e più sudano più pestano, e via ad andare.

    Christina ogni tanto ammicca verso gli altri, poi ci guarda dall'alto in basso sorridendo, come a dirci: "buttatevi nel pozzo", e mentre sento l'impulso di farlo, mi rendo conto che non voglio essere come PJ Harvey (troppo brutta), non voglio essere come Fiona Apple (troppo sfigata), non voglio essere come Joanna Newsom (troppo snob), non voglio essere come Patty Smith (troppo vecchia), non voglio essere come la cantante degli Yeah Yeah Yeahs (troppo fashion), non voglio essere come tutte le pallide figure femminili indiefolkrock degli ultimi 10 anni. Voglio essere come Christina Martinez: con i capelli corvini che si arruffano per il sudore, un filo di trucco, i vestiti che sembrano sciogliersi da un momento all'altro, il braccio intrappolato tra il cavo del microfono, quarant'anni e non sentirli, a urlare: "One. Two. Fuck. You!".

    Il rock'n roll freddino dellemicragirls, spalla modesta ma coraggiosa, semplicemente sparisce davanti a questi mostri a stelle e strisce.

    http://ondarock.it/livereport/2009_bosshog.htm
  • Dissonanze 09

    27 maj 2009, 21:23

    Ven 8 Mag – Dissonanze 09

    Roma è una città di estremi. Quando vengo, devo scegliere: destra/sinistra, Roma/Lazio, coatto/fighetto. Questo weekend c'è il festival di elettronica più importante d'Italia dentro il Palazzo dei Congressi dell'EUR, e la festa della Polizia di Stato in Piazza del Popolo. Questo weekend ho scelto Dissonanze.


    Giorno I


    La cosa più figa di Dissonanze è la location. L'imponenza bianca e fascistoide del Palazzo dei Congressi, tra gli stradoni dell'EUR, si tinge di un rosa fluo della migliore tradizione della club culture, gli ambienti abnormi all'interno rivelano insospettabili doti acustiche, e la terrazza, con le panchine neoclassiche davanti al palco, include un inedito pezzo di cielo romano. Però quest'anno c'è anche l'Ara Pacis, posto ancora più figo adesso che è una specie di matrioska architettonica. Certo, un posto molto più piccolo, troppo piccolo: ma l'organizzazione si gioca bene la carta marketing con la parola magica di ogni metropoli che si rispetti: esclusivo. Il cocktail pre-serata con DJ set e istallazioni sulla terrazza dell'Ara Pacis è, infatti, ad inviti. Ma chi ce li ha questi inviti? Le entrate sono separate, ma la fila c'è solo agli accrediti stampa. Infatti, una volta su, trovo una fauna fashion-capitolina: hipster vestiti con lo stampino (ray-ban wayfarer, jeans stretti, all stars, maglietta stretta, giacca), ragazze tiratissime con un campionario di scarpe da Sex & The City, soggetti dall'età imprecisata, con barba e occhiali à la Jarvis Cocker (volgarmente detti “i Ray-Ban Arisa”), e si conoscono tutti. Parlano tra loro come se si fossero visti anche la sera prima. Gli unici che non parlano con nessuno sono quei pochi con il pass da artista, che si aggirano alienati con gli auricolari nelle orecchie. In effetti, la musica è discutibile: Fergus purcell in arte Fergadelic, un tizio spilungone dall'aria hippy che è famoso per la sua grafica rubata alla street art, mette una playlist degna della peggiore bettola anni 80: dai Duran Duran a C'est La Ouate, per poi strimpellare sul metallofono durante i pezzi di Bruce Springsteen. Di istallazioni e visual nemmeno l'ombra: il proiettore c'è ma è spento. Avendo bisogno di un po' di arte vado a guardarmi l'Ara Pacis vera e propria, chiusa nel su acquario di silenzio, mentre a pochi metri dilaga il traffico del Lungotevere. Ammiro i fregi esterni, e penso che la location è bella quanto opportuna: l'Ara riproduce, sebbene con altri vestiti, i vari familiares, augures e sacerdotes che chiacchierano in terrazza.

    Il pubblico festival, deo gratias, è assai più eterogeneo. Certo, mettere Timo Maas e Magda in line-up ha attirato una serie di vichinghi dell'afterhour con problemi di droga, ma fino all'una il salone è godibilissimo: Moderat, il cerbero creato dalla fusione di mostri dell'elettronica contemporanea quali Apparat e Modeselektor, serve subito un set fuori dall'ordinario. All'inizio il sound è più Apparat, con tanto di basso elettrico suonato live da lui stesso, poi nella seconda metà cominciano ad arrivare i suoni acidi e schizzati dei Modeselektor, che mi regalano l'unico momento electro del festival. Segue il set iper-minimale di Kenny Larkin, che propone pura techno 4/4 senza fronzoli e senza pause, ma nel frattempo il salone si è riempito e, anche se in terrazza il set dei Flying Lotus feat. Samyam ha attirato un po' di gente, tutti aspettano Timo Maas. Biondo, star-dj, finlandese, al centro della scena techno-house globale da 15 anni, conosce i suoi vichinghi, e li tiene per due ore in un dancefloor affollatissimo solo con la forza delle dita. Qualcuno storce il naso: è commerciale, non in linea con lo spirito avant-garde di Dissonanze, che l'anno scorso in salone ci aveva messo Model 500, Juan Atkins eCobblestone Jazz.

    Nel frattempo, però, chi è rimasto seduto in aula magna si è già goduto la splendida esibizione dei Mokadelic: gruppo nostrano che suona un post-rock ambientale e vagamente shogaze, accompagnato da dei visuals stupendi che hanno come tema il volo, la velocità, l'affascinante mistero della gravità terrestre. Segue la prima e per ora unica tappa italiana delleTelepathe, duo indie-techno di Brooklyn che porta uno dei album di debutto più originali dello scorso anno. Peccato che, dal vivo, l'impatto di un pezzo geniale come “So Fine” sia molto ridimensionato: un po' perché non c'è un cane, un po' perché loro sono inesperte, un po' perché la voce è troppo bassa rispetto alla drum machine e un po' perché non sanno proprio cantare. La vera elettronica sperimentale, ad ogni modo, deve ancora venire.

    AtomTM si presenta incravattato, serissimo, occhiali scuri. Vedo in tempo reale come incrocia i suoi sample grazie ai visual à la computer world, e mi nutro della sua techno minimale e drammatica, intervallata da surreali momenti di cinguettio, mentre lo schermo mostra lui in vacanza a Malta. Mi stupisco positivamente del sound system dell'Aula, assolutamente privo di sbavature, ma ancora non ho sentito niente: la performance di Byetone ha dei suoni così bassi che la techno la sento attraverso lo stomaco, mentre i visual minimali provocano attacchi epilettici in sala. E mentre in terrazza non c'è più nessuno e Timo Maas passa il testimone dei vichinghi a Magda, io mi tengo Signal(ovvero Alva Noto + Byetone + Komet) fino alla fine, finché non ci vedo e non ci sento più.


    Giorno II

    Rieccomi tra le Mini e le ragazze della Ferrarelle a dare una seconda occhiata all'Ara Pacis. Il vino bianco è gratis ma fa schifo. Mi sa che non sono solo io ad essere sconvolta dallo squallore di questo pre-festival, dato che oggi c'è molta meno gente, e quasi zero artisti. Il povero Professor Genius, relegato in console senza manco più il proiettore, propone un accompagnamento ambient così sovrastato dal chiacchiericcio dei vari familiares che presto si trasforma in qualcosa con una cassa più aggressiva, ma comunque lontano dall'italodisco che mi aspettavo da lui. Sbadiglio, e vado all'EUR.

    La terrazza, non c'è niente da fare, non decolla. Il sound system è sottodimensionato rispetto allo spazio, il DJ distante dal pubblico, la musica fin troppo uguale a sé stessa. Giusto i Buraka Som Sistema con il loro show a base di afro-techno globale e attitudine da MC smuovono un po' i culetti del pubblico prima che chiudano le scale. Stasera è il salone a darmi soddisfazioni, con un fomentatissimo Lindstrøm a mettere house meravigliosamente melodica, campionando persino “Everything Changes” dei Take That.

    Il nomone di oggi è Laurent Garnier (dato che Sebastien Tellier, dato quasi per certo quest'anno, ha paccato) . Si presenta con 3 assistenti più una tromba e un trombone, e chi ha sentito il suo ultimo album sa perché. Piccolo duce, mento alto dietro la console, dirige gli altri con le mani e mette la sua musica, “Horny Monster Mix” di nome e di fatto. Non appena arriva il primo fischio da qualche vichingo sopravvissuto alla sera prima, prende il microfono e dice: “Non conoscete questa musica, lo so, ma non me ne frega niente. Ascoltatela, e forse vi piacerà. Forse.”

    A Critical Mass in teoria dovrebbe proporci un po' di deep house, ma il set è molto riflessivo, con lunghi momenti di sospensione. Questo finisce per produrre un fastidioso viavai di vichinghi che si buttano a ballare quando sentono la cassa, e poi ritornano verso il bar non appena finisce (la cassa, che è palesemente l'unico motivo per cui hanno pagato 36 euro), impedendo alla gente di ballare in pace.

    L'Aula, invece, è strapiena fin dalle 11 per Bat for Lashes, la nuova stella della Parlophone, al suo secondo album. Descritta comunemente come un incrocio fra Bjork, Tori Amos, Kate Bush e Cat Power, dal vivo tira fuori un personalità ed un talento che va oltre i suddetti lusinghieri riferimenti Sale nel suo palco (decorato con bambole, lumini e teste di cervo) fasciata in una fantastica tutina optical bianca e nera, e mi fa subito capire che quella voce che è sul disco ce l'ha davvero. Forte di una band brava quanto lei (la batterista e la bassista sono eccezionali musiciste nonché seconde voci), sfodera i migliori pezzi del nuovo disco senza paura di mettersi alla tastiera, e non lesina un'intensa “What's a Girl To Do” (dal precedente “Fur And Gold”). Scrosciano, meritatamente, gli applausi.

    Micachu & The Shape
    s raffreddano parecchio il pubblico: troppo slegato il loro noise/folk cantato con la voce da zecchino d'oro, ma li rivaluto immediatamente non appena attacca Peter Christopherson. Il suddetto soggetto, che ricorda un Peter Gabriel invecchiato e con 40 Kg in più, membro storico dei Throbbing Gristle ed ex dei Coil (e infatti una buona metà del pubblico è formato da fan nostalgici nerovestiti), si presenta in vestaglia maculata e col laptop mette ambient di infima categoria, mentre spiega dettagliatamente i visual: “Ecco cosa si trova dentro i cellulari di seconda mano in Thailandia”. Nell'ordine: una decapitazione amatoriale di essere umano (con gente che esce dalla sala), due adolescenti che scopano, ragazzini thailandesi seminudi sotto registrazioni amatoriali in tema tsunami. Lui tiene in mano una specie di cellulare e interpreta lo spettacolo contorcendosi in maniera patetica, da seduto.

    Mentre mi domando se sia Arte, salgono i Salem. Lei, una controfigura brutta di Debbie Harry che sembra raccattata sulla Colombo durante il tragitto per l'EUR, è davanti ad una tastiera, ma non suona, limitandosi a fumare svogliatamente una sigaretta. Lui, fermo in piedi dietro al microfono, non emette suono ma fuma e beve un superalcolico attaccandosi alla bottiglia. L'altro, la cui faccia è censurata dai capelli, spispola immobile campionando i singhiozzi di una donna, mentre sullo sfondo vediamo filmati amatoriali di notti brave in macchina in qualche periferia degradata americana. Mentre mi stringo a deboli speranze sul prossimo, sconosciutissimo artista, un tizio si avvicina: “A livello di libertà come sei messa?”
    Sto davvero per andarmene, quando, dopo aver fatto saltare i contatti due volte, Actress mi campiona iKraftwerk e dimostra che la sua techno violenta meritava il Salone più che l'Aula Magna, dove intanto una decina di persone giacciono addormentate sulle poltrone.


    Sebbene fedele al motto “never stop discovering”, Dissonanze sembra un po' in crisi d'identità tra diventare un festival da clubbing puro o mantenere stretti i legami con le frontiere dell'elettronica contemporanea, e quindi con una genere di musica più vicino all'arte che all'intrattenimento, e quindi di scarsa popolarità (e poco attraente per gli sponsor). Le vie di mezzo, come poteva essere il programma della Terrazza, sono da scartare, certo è che il modello rimane il Sònar di Barcellona, che infatti quest'anno ha una line-up simile (ma decisamente più ricca). A livello di libertà, comunque, sono messi bene.


    Voti:

    Line-up: 7
    Organizzazione: 3 (alle due la biglietteria chiude e e se ne va, chiedo chi comanda alla sicurezza ma tutti mi dicono “non lo so”; ma soprattutto, non c'è un cazzo di guardaroba. Giustificazione: “Eh l'anno scorso era giugno e faceva caldo”.)
    Location: 8
    Acustica: 8
    Pre-serata: 3
  • HEALTH @ LaCasa139, Milano 28/4/09

    2 maj 2009, 23:56

    Tue 28 Apr – HEALTH, Dance For Burgess

    Gli italiani sono metereopatici, e grazie alla pioggia torrenziale siamo solo una sessantina di persone a vedere gli Health alla mitica Casa 139. Unica data italiana per questi quattro ragazzini di Los Angeles che tra il 2007 e il 2008 son stati sulla bocca di tutti. In effetti, quando parte il solenne e spietato tamburo di "Heaven", tutti capiamo il perché. Che cosa è questo? ? ? Psych-post-rock? E che dire di quella cassa di campionatori elettronici buttata a terra, con loro a spispolarci sopra come dei sacerdoti etruschi?

    Gli Health se ne fregano che siamo in 60. Non hanno neanche bisogno di dirci ciao. BJ, il loro batterista (quello grosso che sembra il papà degli altri) guarda in un punto imprecisato, come se guardasse uno spartito immaginario, e pesta con una violenza inaudita mentre gli altri si fomentano, si sfogano sulle chitarre, senza farci capire se è tutto sotto controllo o meno.

    Certo che, a quel volume, non importa più: la musica è fisica, è di una potenza, di una virilità tale che ci annienta, e non riusciamo neanche a seguire il tempo con la testa. Le pause, dagli Health usate in maniera massiva quanto catartica, ci prendono il respiro anziché darlo, e peccato che il disco duri solo 40 minuti (più il nuovo singolo "Die Slow"), perché io mi sarei fatta spaccare i timpani per altre 6 ore. Allora sì che la maglietta "You will love each other" avrebbe avuto un senso.

    Menzione d'onore alla spalla, i nostrani Dance For Burgess: di ottima qualità, sostenuto da un cantato che sa di e da grande precisione tecnica. Quel batterista con tutti i bottoni della camicia allacciati poi, suona come Stephen Morris. Da tenere d'occhio.




    http://www.ondarock.it/livereport/2009_health.htm